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Cerimonia di consegna al Museo Storico del velivolo restaurato M. 67 Idrocorsa - Vigna di Valle, 29 marzo 2004 

Un sogno realizzato...

Molti appassionati ritengono che il Macchi M. 67 sia stato il più bello ed il più armonioso degli idrocorsa italiani. Proprio per questo, il recente restauro promosso da Aermacchi ed MBDA in occasione del primo centenario del volo è più che un frutto tangibile e permanente delle celebrazioni: è un antico sogno che si realizza.

In effetti, il completamento dell’ultimo M. 67 sopravissuto  è un’ambizione di vecchia data del Museo Storico A.M., tanto che la sua sagoma, completa di ali e scarponi, compariva fin dal 1979 nella pianta del Museo siglata dal ten. col. Aldo Rampelli. Cinque anni dopo, il 50° anniversario del primato di Agello fu l’occasione per presentare al pubblico la fusoliera restaurata.

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L’idea di completare il quarto ed ultimo idrocorsa Italiano ancora esistente è maturata durante la progettazione della mostra di Finmeccanica “Il futuro compie cent’anni” ed è stata accolta con entusiasmo dallo Stato Maggiore Aeronautica. Dal punto di vista operativo, essa s’incentrava sul restauro della fusoliera originale e la costruzione di simulacri delle parti troppo deteriorate o del tutto mancanti. La scelta rappresenta il miglior compromesso tra le esigenze espositive e quelle scientifiche, in quanto é reversibile in qualunque momento. In più permetteva di ovviare alla limitata documentazione disponibile in relazione allo stato di conservazione di quel poco che rimaneva dei galleggianti ed ai tempi stretti. Da questo è  discesa anche l’opportunità di dividere il lavoro tra due team con competenze complementari per legno e metallo; ali e galleggianti sarebbero stati costruiti ex novo da Giancarlo Zanardo, mentre il restauro della fusoliera originale é stato affidato ad AREA. La sfida era anche e soprattutto una sfida contro il tempo: sei settimane di calendario per completare un lavoro che difficilmente si penserebbe di realizzare in altrettanti mesi!

tra Conegliano…

A Conegliano, Zanardo ed i suoi validissimi collaboratori hanno iniziato a lavorare ancor prima di ricevere da Vigna di Valle i resti dei galleggianti, le cui pessime condizioni hanno confermato la bontà della scelta iniziale. Come il personale del Museo temeva, la struttura lignea era di fatto irrecuperabile ed il riutilizzo della ferramenta avrebbe causato danni ulteriori. 

La linearità del lavoro non rende giustizia all’impegno profuso per rispettare i tempi strettissimi, resi ancor più rigidi dal fatto che taluni pezzi erano necessari anche ad AREA per costruire, ad esempio, i vari raccordi.

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Per costruire gli enormi galleggianti é stato necessario costruire innanzitutto uno scalo metallico, sul quale sono state sviluppate ed allineate le dime delle ordinate ed i correnti laminati. Dopo un assemblaggio di prova, sono stati realizzati i pezzi definitivi e si e proceduto ai montaggio finale. E stato possibile riutilizzare due montanti originali, con i relativi attacchi.

Le ali sono state costruite sulla base di un disegno sviluppato da Marco Gueli. Avendo corda e profilo costante, non hanno richiesto attrezzi particolari. Una volta completate, ne sono stati ritagliati gli alettoni,  poi fissati semplicemente attraverso le cerniere in quanto i comandi non sono collegati.

Per proteggere le strutture durante l’esposizione a Roma – presso l’Auditorium - particolare cura é stata dedicata ai trattamenti superficiali. Prima della verniciatura finale in rosso, tutto è stato impregnato con due mani di vetroresina

Prima di consegnare il tutto a Venegono, il team ha costruito anche il carrello ruotato sul quale l’idrovolante poggia in esposizione

…e Varese

Se per Zanardo la sfida era quella di realizzare in breve tempo delle macrostrutture, per AREA si è trattato invece di costruire particolari più piccoli che si potessero innestare con esattezza nella fusoliera esistente.

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Sulle ali sono applicati dei simulacri dei radiatori dell’acqua, costruiti in tubetti schiacciati e montati secondo il sistema originale,  sia pure omettendo i collettori  del liquido sul bordo d’entrata e su quello d’uscita. 

Il radiatore-serbatoio dell’olio, posto sotto il muso, e con gravi danni da schiacciamento, ha richiesto un intervento importante. 

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Si sono dovuti rimuovere i tubetti  triangolari originali, riparare la struttura interna e saldare  con pazienza certosina i tubetti sostitutivi. Si sono anche rimediate alcune “incomprensioni” costruttive che, a causa del pochissimo tempo disponibile, avevano creato problemi di interfaccia tra i pezzi provenienti dai due siti.

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L’ogiva e l’elica sono state costruite in base ai disegni originali, così come il tettuccio del posto di pilotaggio. 

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Le cofanature laterali del motore, i raccordi ala-fusoliera ed i tiranti di controventatura delle ali e dei galleggianti sono stati costruiti a Venegono.Per quest’ultima operazione è stato necessario realizzare uno scalo che tenesse in posizione i vari elementi da collegare.

Gli ultimi ritocchi

Come sempre, il restauro ha rivelato dettagli inediti sulla tecnologia del velivolo. Cosi, i tubi del castello motore non sono saldati ai nodi, ma solo infilati con tolleranze minime e poi stagnati per bloccarli. I tubetti dei circuiti di raffreddamento differiscono tra loro per la sezione. 

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Ancora, la mancanza di documentazione ha impedito di costruire il piccolo cruscotto. Nonostante le ricerche, si è reperita infatti solo una foto della piastra porta-strumenti vuota, scattata nei primi anni Settanta. Un piccolo mistero riguarda l’indicatore di velocità, presente sia sul’ M.39 che sul C.72 ma per il quale suil’M.67 non si é trovata traccia della presa dinamica né sulla fusoliera originale né nelle immagini d’epoca.

Dopo l’ultimo sprint, il 16 dicembre, il Macchi M.67 é sbarcato all’Auditorium. La prima reazione, confermata durante il montaggio, é stata di ammirazione per la quantità e la qualità dei lavoro svolto in cosi poco tempo Per motivi di tempo, a Roma l’idrocorsa aveva un aspetto ibrido, con la configurazione iniziale (priva, ad esempio, di radiatori sui 2 galleggianti e sui montanti) e la colorazione finale di servizio. L’obiettivo era però quello di restituirgli l’aspetto omogeneo finale della Coppa Schneider del 1929, con radiatori completi, cruscotto, stemma Savoia semplice e insegna di regime stilizzata. 

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Per questo, dopo l’esposizione, a metà gennaio il Macchi é rientrato a Venegono per gli ultimi ritocchi prima della definitiva consegna al Museo Storico A.M., avvenuta il 29 Marzo di quest’anno.

MBDA & Aermacchi

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Marwan Lahoud, Amministratore delegato di MBDA, ha spiegato i due motivi per i quali  la prima società europea di sistemi missilistici ha accettato con entusiasmo di partecipare al restauro:  “Il primo  è che una azienda di alta tecnologia quale la nostra riconosce in questo idrovolante il simbolo fortissimo della più alta tecnologia del suo tempo – basta vederne la linea rimasta incredibilmente moderna, per capirlo. Il secondo è che MBDA, come società italiana , ci tiene  a manifestare la propria riconoscenza all’Aeronautica Militare, suo cliente e partner quotidiano, ed è felicissima di potere così, attraverso il Macchi 67 restaurato, figurare nel patrimonio unico del Museo Storico A.M di Vigna di Valle.

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“Il 2003 è stato in tutto il mondo l’anno del centenario del volo, ma per Aermacchi è stato soprattutto l’occasione per festeggiare i 90 anni dell’azienda con la presentazione del nuovo addestratore avanzato M-346, candidato autorevole per il programma Eurotrainer” gli ha fatto eco l’Amministratore delegato di Aermacchi, Giovanni Bertoloni,  “Il restauro del Macchi M.67 ultimo sopravissuto dell’epoca dei primati aeronautici, è un segno tangibile della continuità di una tradizione di eccellenza che ha portato Aermacchi a produrre i caccia dei maggiori assi italiani di due guerre mondiali e gli addestratori utilizzati da 40 forze aeree di tutto il mondo”.

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ll riconoscimento del Capo di Stato Maggiore  Gen. S. A. Ferracuti per il lavoro fatto, sul Libro degli Ospiti

That's all, Folks ! 

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